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LA DIETA PRE-STAMPATA….NO GRAZIE!! MA PERCHE?

Oggi si occupa di nutrizione veramente chiunque.

Parto da questa verità. Sentiamo e vediamo spesso siti o articoli di persone più o meno autorevoli in materia che espongono la loro idea il più delle volte con l’intenzione di convincere quante più persone possibile che il loro metodo è quello vincente per tutti…ovvero LA LORO DIETA FUNZIONA PER TUTTI!  e funziona per tutti proprio così com’è! Incredibile… nonna Pina 70 anni sedentaria, divano letto letto divano e Claudio 28 anni spaccalegna di professione se vogliono dimagrire possono farlo entrambi seguendo la stessa Dieta!! Che figo!!!

Si peccato sia una cagata!

Perchè?

Dieta pre-stampata Colazione:

  • Latte 1 tazza
  • Biscotti vario tipo n.4
  • caffè 1 tazzina

Prendo l’inizio della piu classica colazione all’italiana ( pessima aggiungo io) che trovate in molte diete uguali per tutti.

Ora, non voglio commentare la colazione in se, ma voglio farvi ragionare su un primo errore di fondo ti tale motodologia di approccio.

Prendo 3 biscotti comuni che trovo in commercio

Oro saiwa biscotto secco 425 kcal per 100 gr

Abbracci mulino bianco 494 kcal per 100 gr

Grisbì 536 kcal per 100 gr

 

Ora capite bene che scegliendo sempre gli oro saiwa a colazione io avrò 2975 kcal dalla colazione in 7 giorni , mentre se scelgo i Grisbì ne avrò 3752 di kcal in 7 giorni! Una differenza di 111 kcal al giorno solo dalla colazione. Sono quasi 800 kcal di differenza a settimana solo per aver scelto un biscotto a caso!

Operando cosi capite che alla base si intusce come non ci sia alcun calcolo ne del fabbiscogno calorico della persona ne tantomeno un conteggio dei macronutrienti!!

Una dieta del genere è destinata inesorabilmente a fallire!!!

La nutrizione è un abito, va cucito sulla persona, sulle sue esigenze, gusti, problematiche e deve portare al raggiungimento dell’obiettivo!!

Da oggi se vi propongono un pre.stampato sapete cosa fare: SCAPPATE!

 

piastra

“LA PRATICA ESATTA RENDE L’APPRENDIMENTO PERFETTO”

Quell che vedete in figura è la schematizzazione del tipico circuito neuronale alla base di quello che è definito “arco riflesso”. I nostri neuroni afferenti trasportano gli input catturati da particolari recettori posti nella periferia del nostro organismo, penetrano nel midollo spinale permettendo all’impulso finale di esser trasmesso al motoneurone responsabile della contrazione muscolare.

Questo è il riassunto del funzionamento dell’ARCO RIFLESSO.

Un semplice esempio di quanto appena descritto si palesa nel momento in cui si tocca una piastra rovente. La stimolazione dei recettori del dolore posti a livello delle dita della mano, si traduce in impulso sensoriale che corre lungo le fibre afferenti, arriva al midollo spinale e ciò determina attivazione delle fibre motorie efferenti che codificheranno un’apposita risposta muscolare. ( il rapido allontanamento della mano dalla piastra) Contemporaneamente queste informazioni vengono trasmesse al cervello, nell’area deputata al riconoscimento dello stimolo dolorifico. Queste azioni appena descritte, in maniera molto semplificata, determinano l’allontanamento della mano dalla piastra prima che avvenga la percezione consapevole dello stimolo doloroso. Questo gesto è automatizzato.

Allo stesso modo molte delle azioni riflesse che si generano a livello del midollo spinale e in altre aree a controllo involontario del Sistema Nervoso Centrale riescono a condizionare le funzioni muscolari. Ore e ore di allenamento migliorano l’esecuzione di un determinato gesto atletico, al punto che esso verrà eseguito in maniera automatica senza o quasi controllo cosciente. Fin qui tutto stupendo.

La vera sfortuna però è che è anche possibile memorizzare ed eseguire in modo automatico gesti sbagliati e questo può essere di grave ostacolo al miglioramento della performance neuromuscolare. I giocatori di golf ne solo la rappresentazione classica. Molti di essi sbagliano la presa sulla mazza e questo è l’innesco per un gesto errato. Invece di continuare ad allenarsi ore e ore, l’aspirante golfista dovrebbe imparare a riprodurre correttamente l’esatta sequenza dei movimenti dello swing. Continuare a colpire la palla non farà che rafforzare l’errore. Di questi esempi ne è pieno il modo dello sport in ogni disciplina. ( BASTA GUARDARE ALL’INTERNO DELLA VOSTRA PALESTRA)

Esiste un detto che recita ” la pratica migliora l’apprendimento” ma se proviamo a riformularlo potremmo riscriverlo cosi:

“LA PRATICA ESATTA RENDE L’APPRENDIMENTO PERFETTO”

alcol

ALCOL….SE LO CONOSCI,( FORSE) LO EVITI.

Gli effetti nocivi delle bevande alcoliche hanno un costo sociale elevatissimo e necessitano di trattamenti plurispecialistici. L’etanolo è una sostanza psicoattiva capace di indurre forte dipendenza in chi ne fa uso ed oggi nella nostra società gli effetti nocivi del suo consumo smodato ha un costo sociale elevatissimo.

Ad ogni modo in nutrizione ci si interessa dell’etanolo perché è una sostanza capace di fornire energia e di agire sull’assunzione e biodisponibilità di altri nutrienti.

L’etanolo è probabilmente il farmaco più utilizzato al mondo a scopo ricreazionale. Assunto oralmente,è assorbito dal tratto gastroenterico per diffusione e si distribuisce rapidamente a tutti gli organi. Il fegato e lo stomaco sono i siti dove avvengono la maggior parte dei processi metabolici che lo vedono trasformato in acetaldeide. L’aldeide prodotto è un composto molto tossico.

L’etanolo e i suoi prodotti hanno un’azione su pressoché tutte le strutture cellulari e costituiscono una causa importante di morbilità e mortalità.

L’etanolo è una tipica sostanza cheto genetica, perché dal suo metabolismo si possono ottenere corpi chetonici e acidi grassi, ma non glucosio. Non è un nutriente essenziale che può quindi essere tranquillamente omesso dalla dieta senza particolari effetti negativi!

LE BEVANDE ALCOLICHE

La Fermentazione di liquidi zuccherini da parte di alcuni microrganismi da luogo alla produzione di alcol etilico. Le bevande di questo tipo sono numerose e si possono ottenere da una molteplicità di sorgenti,accomunate dal possedere un elevato tenore glucidico. Cereali,patata,canna da zucchero e frutta. I microrganismi che producono etanolo non hanno la possibilità di ossidare l’alcol che, quindi per loro è un prodotto di rifiuto, ma può essere utilizzato aerobicamente dagli organismi che ne sono capaci. Il suo contenuto energetico è molto elevato, circa 7 Kcal / gr intermedio tra lipidi e glucidi. La distinzione tra bevande distillate e non distillate è importante perché il processo di distillazione porta all’arricchimento in alcol ma all’impoverimento in vitamine,minerali e altre sostanze, come polifenoli, che sono presenti nel prodotto di partenza e potenzialmente benefiche per l’organismo. D’altronde, il processo di distillazione può eliminare numerose sostanza nocive o sospette. Oltre ad acqua zucchero ed alcol le bevande di questo tipo contengono altri componenti minori, ancora oggi oggetto di studio per chiarirne le proprietà ed eventuali effetti. E’ possibile che alcuni sintomi del “giorno dopo”,come mal di testa ecc..siano loro imputabili e che per questo siano diversi da bevanda a bevanda. Alcune bevande possono contenere quantità più o meno elevate di ferro,carboidrati,oligoelementi e vitamine come niacina e tiamina. La birra è forse la bevanda più ricca in vitamine e proteine anche se bisognerebbe berne dai 15 ai 20 lt al di per soddisfare la richiesta proteica di un adulto. I vini ,specialmente i rossi contengono ferro e polifenoli e ciò ha fornito le basi per una rivalutazione di alcune bevande alcoliche. Questa tesi è avvalorata ogni giorno sempre più specie in Italia che è grande produttrice di ottimi vini e quindi una campagna antialcol potrebbe essere male accettata per ragioni economiche. Ribadisco il concetto però che nessuna bevanda è indispensabile e che il tentativo di scoprire un qualche effetto benefico derivante dal loro consumo non può coprire i danni prodotti dall’alcol. Ovviamente è necessario fare un distinguo tra consumo modesto e accettabile ed uno esagerato e non accettabile.

Tra le sostanze che dicevamo essere presenti in queste bevande rientrano anche i polifenoli del vino rosso contenuti principalmente nella buccia e nei semi. Queste sostanze sono contenute in gran quantità anche nei vegetali e non sembra probabile che il vino possa contribuire agli effetti benefici dei polifenoli in popolazioni che consumano diete ricche in vegetali, mentre potrebbero avere una loro importanza in popolazioni che per ragioni di clima o abitudini hanno minor accesso ai vegetali.

ASSORBIMENTO  E METABOLISMO

L’assorbimento dell’alcol è molto facile e rapido perché non ha bisogno di digestione ed è ben solubile sia nell’acqua sia nei solventi organici,attraversa molto bene le membrane biologiche, è assorbita per diffusione semplice e raggiunge il torrente circolatorio. La quantità che ne viene assorbita dipende unicamente dalla quantità ingerita. I problemi metabolici  legati alla sua assunzione insorgono quando tale quantità diventa massiccia. Una parte di essa può essere eliminato con urine,sudore e respiro ma il 90% o più della quantità assunta è degradata dal fegato. L’etanolo viene ossidato in due tappe successive: da alcol ad aldeide acetica e da aldeide acetica ad acido acetico.

La risposta all’etanolo coinvolge diversi organi e sistemi capaci di interagire con gli epatociti e inoltre l’esposizione continua può portare a patologie epatiche indipendenti dal metabolismo dell’alcol in se. Questi meccanismi complessi si traducono in cambiamenti dell’espressione genica a livello del fegato, il che conduce a danno epatico.

Una volta ingerito e metabolizzato l’alcol viene eliminato con una velocità di circa 6-10 g/ora. Dopo un assunzione di 0.6-0.9 g /kg di peso corporeo senza la presenza di cibo,l’eliminazione dell’etanolo è pari a circa 15 mg/dl di sangue all’ora. Ovviamente esistono molti fattori che possono influenzare la velocità riportata e la variabilità individuale la fa ancora da padrone.

L’ALCOL E’ UN FARMACO

La DOPAmina è il principale neurotrasmettitore coinvolto negli aspetti gradevoli del consumo di alcol, cosi come pure la serotonina ha il suo ruolo nel favorire l’abuso di alcol.

Gli aspetti più ovvi dell’intossicazione alcolica a livello del sistema nervoso centrale iniziano con modificazioni del comportamento ( allegria,alterazione del giudizio, perdita di inibizioni ecc). Gli effetti sono tutti dose dipendente fino ad arrivare alla morte per dosaggi superiori ai 300 mg su dL di sangue. Gli effetti farmacologici dell’alcol, che sono alla base del suo impiego come psicofarmaco sono prevalentemente di depressione del sistema nervoso, quindi gli effetti apparentemente stimolatori sono dovuti in realtà a inibizione di centri inibitori. L’alcol attiva il sistema nervoso simpatico e fa aumentare il rilascio di catecolammine e riduce il rilascio di vasopressina il che determina effetto diuretico che svanisce però in breve tempo.

Quindi per concludere questo nostro viaggio sul vasto e intricato mondo dell’alcol, di cosa è ,come funziona e quali effetti produce , cosa dire riguardo al suo consumo?

Come sempre…” in media stat virtus”!!

 

Fonte: LE BASI MOLECOLARI DELLA NUTRIZIONE di Giuseppe Arienti.

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SONO A DIETA, ERGO SUM

Questo vuole essere un mio pensiero, semplice, diretto, senza sapere se vi è dietro un basamento scientifico, un razionale a sostegno della mia tesi. L’osservazione letterale di centinaia di casi fino ad oggi mi ha portato fin qua. E vorrei condividerla con voi, per creare uno spunto di riflessione comune, un punto di partenza per migliorare entrambi, voi ed io.

Parto facendo una premessa: Il 99,9% delle persone alla parola Dieta associa la parola fame, fame intesa come sensazione perenne di appetito, che genera fatica, rinuncia e quindi alla lunga stanca.

Lo 0,1% delle persone semplicemente non è a dieta; Non che mangi tutto ciò che capita a tiro, ma semplicemente ha capito che la premessa dell’inizio è falsa, quindi in automatico si esclude dalla cerchia delle persone a dieta.

Questo 0,1% è la percentuale dei vincenti, quelli che hanno capito come funziona, cosa funziona e semplicemente lo fanno.

Le persone siano masochiste, amano la sofferenza, lieve ovviamente,ci provano gusto e questo provoca dipendenza alla lunga.

Una Dieta che privi delle prelibatezze culinarie fallisce, una dieta che ti fa mangiare senza essere uno zombie che cammina pone la persona in dubbio, in dubbio sul fatto che possa funzionare. Si perchè in realtà la gente vuole sentire fame, vuole avere appetito, perchè questo le fa sentire vive, partecipi di un progetto, le fa mascherare da guerrieri spartani pronti a gettarsi nella mischia del popolo in sovrappeso che combatte la guerra contro la ciccia.

SONO A DIETA ERGO SUM

Poi la maggior parte soccombe.

Mangio poco mi lamento, mangio troppo mi lamento.

Mangio poco, io non ce la faccio, mangio troppo, io non ce la faccio

Esempio

Prendete una ragazza, convinta che per “dimagrire” essa debba eliminare tutto, che vive a petto di pollo e insalata da mesi, ci lavorate sopra,le fate cambiare visione ( o almeno credevate di averlo fatto), fate tutto ciò che metabolicamente va fatto per riprendere una situazione che magari era deteriorata e diciamo che ora questa ragazza è in una forma fisica molto buona e mangia molto pur restando magra, perchè il suo corpo le chiede questo e lei semplicemente glielo da.

Bene.

Immaginate ora sempre questa ragazza, seduta ad un tavolo con altra gente che sapendo della sua Dieta le fa notare come essa mangi come un camionista siberiano.

Il baratro.

La ragazza tornerà da voi piena di dubbi, si lamenterà della quantità di cibo, del troppo cibo, vi chiederà rassicurazioni, vi ribadirà che il suo obiettivo è quello di perdere peso ( come se il vostro scopo fosse invece creare un popolo di grassoni) ecc ecc..

La gente è masochista, la gente che ha paura è masochista, la gente che non si fida è masochista perchè l’associazione dieta, fame è un associazione primitiva, basilare, facile. Il 99,9% delle persone sono cosi.

Lo 0,1% no perchè sono vincenti.

Ogni vostro feedback è assolutamente gradito.

 

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Sovrappeso… colpa delle “ossa grandi” o del frigorifero?

Nel 2016 c’è chi ancora troppo facilmente addossa la colpa della propria condizione fisica alle “ossa grandi”. Ho voluto inserire qui un semplice scritto che dia una visione di insieme alla nostra struttura scheletrica. Dico nostra perchè a parte qualche variazione minima, siamo fatti tutti allo stesso modo.

Lo scheletro umano è una struttura con funzione di sostegno, formata da ossa e tessuto cartilagineo. Al momento della nascita presenta circa 270 ossa, ma da adulti il loro numero si riduce a 206 legate tra loro da 68 articolazioni. Il motivo di ciò risiede nel fatto che durante lo sviluppo alcune ossa si uniscono tra di loro.

In un adulto medio, lo scheletro rappresenta circa il 20% del peso corporeo.

Come abbiamo detto esso svolge una funzione di sostegno, di protezione degli organi interni, di produzione di cellule del sangue e punto di ancoraggio per i muscoli. Inoltre, costituisce una sorta di magazzino per i sali minerali in relazione alle necessità dell’organismo.

Le ossa di un adulto abbiamo detto sono circa 206 ossa infatti il numero delle vertebre può essere maggiorato di uno in alcuni individui e le ossa del piede ugualmente sono molto variabili.

Ad ogni modo lo scheletro è divisibile in due grandi tronconi collegati fra loro da “cinture”:

  • scheletro assile, formato da 80 ossa: la testa, la colonna vertebrale, la gabbia toracica.
  • scheletro appendicolare, formato da 126 ossa: gli arti superiori, gli arti inferiori e le cinture.

Questa breve panoramica era necessaria per sfatare uno dei miti più duri a morire legati alle difficoltà nello scendere di peso, ovvero “l’ossatura grossa”. Il peso osseo di un individuo è nell’ordine del 20% rispetto al proprio peso corporeo come abbiamo detto, più precisamente nelle donne è intorno al 12,5% e nell’uomo intorno al 15% con variazioni del 3% in quegli individui con ossa particolarmente più grandi. Capite bene che il problema della corporatura non esisite davvero come scusante ai vostri kili di troppo!! Con l’avvento della BIA, ovvero la possibilità di scandagliare precisamente il vostro organismo, si può constatare ogni volta che il vostro principale ostacolo ad una condizione fisica ottimale non sia il vostro scheletro ma il vostro frigorifero!

 

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ANORESSIA E SPORT….CONOSCERE PER CONOSCERCI

Accanto ad una corretta alimentazione e all’astensione dal consumo di sostanze tossiche quali alcool e fumo di sigarette, la pratica di una attività fisica continuativa è considerata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità uno dei principali fattori di mantenimento del benessere e di prevenzione rispetto alla comparsa di malattie organiche. L’attività fisica svolge una funzione protettiva specifica nelle coronaropatie, nel diabete, nell’osteoporosi, in alcune forme di tumore, nell’obesità, e sembra favorire anche una riduzione dei livelli percepiti di stress e facilitare la risoluzione di forme da lievi a medie di depressione ansiosa, soprattutto quando reattive ad eventi della vita. L’ impostazione di un corretto programma di attività fisica, dunque, può favorire la conservazione dello stato di benessere, e spesso facilita la correzione di alterazioni dell’equilibrio psico-fisico.

Per quanto riguarda i disturbi del comportamento alimentare, poi, un corretto programma di attività fisica può produrre effetti riabilitativi quando non curativi.
Per la sua capacità di ripristinare una relazione armonica tra le parti corporee in movimento, e favorire un’integrazione psico-motoria, e dunque un miglioramento dell’immagine corporea, l’esercizio fisico può dimostrarsi più efficace anche della terapia cognitivo-comportamentale nell’attenuare la spinta alla magrezza, sintomo nucleare dei disturbi del comportamento alimentare, e ridurre il ricorso a pratiche anomale di eliminazione delle calorie introdotte con la dieta (condotte di eliminazione). Ciò si accompagna ad un miglioramento della struttura corporea, più armonica e tonica, che ulteriormente incrementa il senso di benessere dei pazienti. Alcuni studiosi, tuttavia, sostengono fermamente che l’impegno in attività sportive nasconda o favorisca un aumentato rischio di sviluppare disturbi del comportamento alimentare. Alcune discipline richiedono infatti un particolare peso corporeo, una particolare forma del corpo, ed un allenamento molto estenuante, al fine di ottenere una performance adeguata con il conseguente adattamento della condotta alimentare alle richieste della prestazione sportiva.

Negli ultimi trenta anni, sempre più spesso sono giunte all’osservazione degli specialisti atleti che presentavano disturbi psico-fisici specificamente associati all’attività agonistica. I disturbi solitamente insorgono in modo insidioso, e possono decorrere inosservati per lungo tempo, non di rado con attribuzione del disagio da essi causato ad un generico stress da competizione. Alcuni atleti mostrano tratti della personalità comuni con pazienti affetti da disordini alimentari e le stesse caratteristiche che consentono al soggetto di eccellere nella disciplina sportiva, compulsività, carica atletica, riflessività, perfezionismo, competitività, accondiscendenza, voglia di allenarsi e automotivazione, incrementano il rischio di sviluppare disordini alimentari. Questo rischio è aumentato maggiormente in quegli atleti che, pur presentando un fisico normale, non lo trovano conforme al fisico “ideale” per lo sport da loro praticato. Tuttavia, a dispetto di alcune caratteristiche condivise, gli atleti con disturbi alimentari sembrano presentare un profilo clinico che in qualche modo differisce da quello mostrato dagli altri individui con disturbi alimentari, riportando livelli più alti di autostima, livelli più bassi di insoddisfazione generale e meno sintomi depressivi dei non atleti con disturbi alimentari. Questa differenza può sostentare le motivazioni propositive che guidano gli atleti nel loro tentativo costante di perdere peso per rientrare all’interno dei loro canoni di perfezione. La spinta al dimagrimento, e soprattutto la costante pressione a cui sono sottoposti nel ridurre la quota di grassi nella composizione della massa corporea, faciliterebbe in soggetti vulnerabili lo sviluppo di pratiche volte a modificare l’apporto calorico, scatenando lo sviluppo di abitudini alimentari profondamente alterate, anomalie del ciclo mestruale sino all’amenorrea, e un aumentato rischio di osteoporosi e fratture ossee. Per le sue caratteristiche, il disturbo può decorrere non riconosciuto per lungo tempo e l’attuazione di tali condotte alimentari anomale, ritenute ottimali per il conseguimento dell’eccellenza nelle prestazioni atletiche, può non solo farlo passare inosservato, ma addirittura  incoraggiarlo laddove l’atleta riscontri un sensibile miglioramento delle sue prestazioni. Anche la comparsa di anomalie mestruali può essere facilmente confusa con una reazione allo stress, o sbrigativamente attribuita alla ‘pressione per la competizione’. La sottovalutazione di queste anomalie cliniche è particolarmente insidiosa nella popolazione giovanile, quando il conseguimento di positivi risultati nello sport può far tralasciare l’impatto che alterazioni dell’equilibrio psico-fisico possono avere su di un corpo il cui sviluppo non è ancora completato. Particolarmente gravi possono essere le conseguenze di deficit nutrizionali di elementi essenziali, quali vitamine, ioni e minerali.
Viene così coniato il termine di anoressia atletica per indicare lo sviluppo di comportamenti abituali volti al controllo totalitario del peso corporeo. Tra queste pratiche annoveriamo il digiuno, il vomito, l’uso di pillole dietetiche, lassativi e diuretici.

Le migliori informazioni in tal senso provengono da un piccolo gruppo di studi che confrontano gli atleti che partecipano a sport che enfatizzano la magrezza o impongono restrizioni di peso, atleti che praticano sport che non enfatizzano la magrezza e gruppi di controllo di non atleti. I due studi metodologicamente più validi, uno proveniente dalla Norvegia e l’altro dall’Australia, hanno usato un disegno a due passi in cui i partecipanti venivano prima analizzati usando un questionario autosomministrato, “The Eating Disorder Inventory”, e poi  si valutavano i sottogruppi con una intervista clinica. In questo modo è stato possibile stimare la prevalenza dei disturbi alimentati in campioni ampi di atleti. Lo studio norvegese ha identificato disturbi alimentari nel 25% di donne atlete magre, il 12% nelle atlete con peso normale e il 5% nelle donne non atlete. Lo studio australiano ha concluso che è soltanto nelle atlete che competono in sport che enfatizzano la magrezza, compresi i ballerini, con il 15% di atlete di questo gruppo che evidenziano un disturbo alimentare diagnosticabile, in confronto al 2% di atlete di altri sport e l’1% delle non atlete.

Circa il 50% delle donne che presentano disordini alimentari si allena in maniera eccessiva, talvolta in modo ossessivo sviluppando una vera e propria dipendenza dall’attività fisica, cercando di dedicare più tempo possibile all’allenamento anteponendolo alla carriera, alle relazioni interpersonali e alla stessa famiglia. L’impossibilità di praticare esercizio fisico spesso sfocia in sintomi di privazione come ansia, inquietudine e sbalzi d’umore finendo per culminare in una restrizione alimentare. Tali sintomi si affievoliscono solo quando l’esercizio viene ripreso e portano il soggetto alla completa incapacità di controllare la propria vita che finisce con l’essere sottomessa alla pratica sportiva.

Comportamenti di questo tipo, accoppiati alla preoccupazione di raggiungere un fisico perfetto dovrebbero perciò rappresentare un campanello d’allarme.

Il principale sintomo di esordio in pazienti dipendenti dall’attività fisica, in molti casi è l’amenorrea, che si accompagna nel tempo a osteoporosi, causa talora di fratture ossee improvvise ed impreviste, erroneamente attribuite a sforzo o ad errori di allenamento. La associazione di questi sintomi, amenorrea, osteoporosi e disturbi delle condotte alimentari, è in letteratura indicata come “triade della donna atleta” secondo le indicazioni dell’American College of Sports Medicine, causata da uno sbilanciato apporto calorico rispetto al consumo energetico, e può comportare importanti e gravi conseguenze di natura medica, manifestandosi più spesso in sports che enfatizzano un fisico snello e leggero.

Gli studi Norvegesi ed Australiani acquistano maggior valore se si considera la presenza nei campioni presi in esame di soggetti, atleti, maschi e femmine. Analizzando i risultati si scopre che l’incremento del rischio, associato con l’essere un atleta che compete in sport che richiedono la magrezza, non è legato con l’essere esclusivamente donna. Il 5% dei maschi atleti di questa categoria ha disturbi alimentari e sebbene poca attenzione è stata data al problema alcuni studi hanno riportato un alto indice di comportamenti alimentari disturbati fra i maschi atleti in sport come canottaggio, wrestling e bodybuilding.

L’indice relativamente alto di disturbi alimentari diagnosticabili, trovati in atleti sia uomini che donne, che praticano i cosi detti “thin-build sport” assume maggior caratura se si pensa all’ampio spettro di professionisti che fanno parte di questa popolazione altamente a rischio.

Questi atleti vanno incontro ad una situazione del tutto paradossale: infatti, i comportamenti che adottano per raggiungere gli obiettivi estetici e prestazionali,  come semi-digiuno, purganti, attività fisica eccessiva, hanno realmente un effetto contrario sulla salute, sulle riserve energetiche e sulle funzioni fisiologiche, diminuendo la loro capacità di allenarsi e competere. La restrizione calorica tipica dell’anoressia nervosa e una ridotta disponibilità energetica, come conseguenza dell’uso di purganti, finiscono con l’esaurire rapidamente le riserve di glicogeno nell’organismo non rendendolo quindi disponibile come energia di pronta utilizzazione per la produzione di potenza muscolare durante esercizio aerobico ed anaerobico di elevata intensità. Quindi, anche brevi periodi di disordini alimentari possono influire profondamente sull’allenamento dell’atleta, su come compete e recupera, sull’assunzione proteica favorendo la perdita di massa magra, sull’introito di vitamine e minerali sostanze importanti per il metabolismo energetico, crescita e riparazione dei tessuti contribuendo al peggioramento della prestazione e aumentando il rischio di infortuni.

Il termine esercizio fisico “eccessivo”, introdotto dal Manuale Statistico e Diagnostico dei Disturbi Mentali (DSM-IV), enfatizza la dimensione quantitativa dell’esercizio, ma non tiene conto di quella qualitativa, una caratteristica clinica che sembra ancora più importante nel predire la psicopatologia specifica dei disturbi dell’alimentazione (DA). In realtà, nella maggior parte dei casi le due dimensioni coesistono e perciò appare più appropriato usare il termine “esercizio fisico eccessivo e compulsivo” per descrivere il tipo di attività fisica non salutare praticata da alcune persone affette da DA.[51][52]

La funzione principale dell’attività fisica nei pazienti con DA è quella di riuscire a controllare il peso e la forma del corpo, ma in un sottogruppo di casi è anche quella di modulare le emozioni, in particolare l’ansia e la rabbia.
L’esercizio fisico eccessivo e compulsivo è un’importante caratteristica clinica dei DA: precede in alcuni pazienti, in particolare i maschi, la restrizione dietetica, mantiene la psicopatologia specifica dei DA, può determinare danni fisici rilevanti e interferisce con il recupero del peso nei pazienti sottopeso. Viene definito eccessivo quando la sua durata, frequenza e intensità supera quanto è necessario per ottenere benefici per la salute e aumenta il rischio di produrre dei danni fisici e può essere eseguito in vari modi:

  1. Nelle attività giornaliere di routine (es. camminare eccessivamente, rimanere in piedi al posto di stare seduti).
  2. Nelle attività sportive (es. allenarsi oltre al piano previsto dall’allenatore o andare in palestra più volte in un giorno).
  3. In modo anomalo (es. fare un numero eccessivo di flessioni o addominali).

Viene definito “compulsivo” quando è associato al senso soggettivo di essere obbligati o spinti a esercitarsi, ha la priorità rispetto alle altre attività della giornata (es. scuola) ed è associato a sensi di colpa e ansia quando è rimandato.
L’esercizio fisico eccessivo e compulsivo può essere classificato in base alla sua funzione in due categorie principali:

  1. per controllare il peso e la forma del corpo. È la forma più comune di esercizio eseguito dalle persone con DA e può essere diviso in due sottocategorie:
  • Esercizio fisico di compenso. Usato saltuariamente per eliminare le calorie in eccesso attuali o percepite dopo un episodio bulimico. Rientra in questa categoria anche l’esercizio usato da alcuni per bruciare calorie al fine di permettersi di mangiare.
  • Esercizio fisico non di compenso. Usato in modo regolare indipendentemente dalle calorie assunte
  1. per modulare le emozioni. È un tipo di esercizio adottato dal sottogruppo di pazienti con “intolleranza alle emozioni”, un termine usato per descrivere l’incapacità di gestire in modo funzionale alcuni stati emotivi. Tali pazienti, al posto di accettare i cambiamenti del loro stato emotivo, usano “comportamenti disfunzionali di modulazione delle emozioni” per dissipare le emozioni che non tollerano o per modificare come si sentono. Comportamenti tipici includono l’autolesionismo (es. strapparsi i capelli, tagliarsi, farsi delle bruciature), assumere sostanze psicoattive (es. alcool o benzodiazepine) o, nei pazienti con DA, anche abbuffarsi, indursi il vomito o esercitarsi in modo eccessivo e compulsivo.

L’esercizio fisico eccessivo e compulsivo può mantenere la psicopatologia del DA attraverso i seguenti meccanismi:

  • Può contribuire con la restrizione dietetica alla perdita di peso e al mantenimento di un basso peso corporeo.
  • Può aumentare l’eccessiva valutazione del peso, della forma del corpo e del loro controllo. Più intenso e frequente è l’esercizio per controllare il peso e la forma del corpo più aumentano le preoccupazioni su queste caratteristiche fisiche.
  • Favorisce lo scarso controllo dell’alimentazione e gli episodi bulimici se usato come comportamento di compenso (il paziente pensa di poter consumare le calorie in eccesso introdotte).
  • Favorisce l’isolamento sociale. La maggior parte dei pazienti si esercita da solo e inevitabilmente riduce il tempo passato con gli altri. La marginalizzazione della vita sociale può contribuire ad aumentare l’importanza attribuita al peso, forma del corpo e loro controllo.
  • Può essere usato come comportamento disfunzionale di modulazione delle emozioni. In questo caso l’esercizio mantiene il DA attraverso due meccanismi che interagiscono tra loro: modulazione del tono dell’umore e controllo del peso e della forma del corpo.

Altre conseguenze negative dell’esercizio fisico eccessivo e compulsivo sono l’aumentato rischio di lesioni da sovraccarico e, nei pazienti sottopeso, un aumentato rischio di fratture e complicazioni cardiache.

 

Esistono approcci terapeutici che trattano i disordini alimentari dando ai pazienti un senso di equilibrio, scopo e futuro. La Terapia Cognitivo Comportamentale (CBT), si focalizza sull’insegnamento ai pazienti a sorvegliare e modificare le attitudini e le abitudini alimentari, cercando di ristabilire una corretta alimentazione e andando ad affrontare il problema legato ad un esercizio fisico eccessivo e compulsivo adottando procedure e strategie curative apposite.

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IL RACHIDE,CONOSCERLO PER ALLENARSI AL MEGLIO

La più semplice spiegazione possibile al perché è giusta cosa mantenere l’arco lombare durante l’esecuzione degli esercizi in palestra… COMPRESA LA PANCA PIANA!!!!

Il rachide è una struttura assai complessa che deve per sua natura soddisfare richieste anche tra loro opposte:

  • solidità perché deve mantenere il peso del nostro corpo e proteggere il midollo spinale
  • elasticità perché dovrà assorbire al meglio tutte le sollecitazioni esterne
  • mobilità perché dovrà permetterci di muovare il nostro corpo nelle diverse direzioni

 

Il rachide è formato da 34-35 vertebre interposte a strutture fibrose chiamate dischi intervertebrali.

Le vertebre vengono cosi suddivise:

  • 7 vertebre cervicali
  • 12 vertebre dorsali
  • 5 vertebre lombari
  • 5 vertebre sacrali fuse tra loro a formare il sacro
  • 4-5 vertebre coccigee fuse tra loro a formare il coccige

 

Quindi suddividendo in tal modo il rachide possiamo facilmente distinguere 4 zone lungo tutto il suo percorso:

  •  zona cervicale
  • zona dorsale
  • zona lombare
  • zona sacrale
  • zona cocciegea

A seconda della zone considerata la vertebra avrà caratteristiche, dimensioni e struttura differenti che risponderanno a seconda dei casi alla funzione di mobilità o solidità.

Il rachide in condizioni fisiologiche, sul piano frontale si presenta con un andamento rettilineo a parte una leggera concavità verso sinistra all’altezza del cuore. Osservato sul piano sagittale il rachide ha invece andamento curvilineo.

Distingueremo le seguenti curve fisiologiche

  •  lordosi: curvatura del rachide con concavità rivolta posteriormente e convessità rivolta anteriormente.
  • cifosi: curvatura del rachide con concavità rivolta anteriormente e convessità rivolta posteriormente.

Cifosi e lordosi sono appunto CURVE FISIOLOGICHE del rachide e la loro funzione principale è quella di aumentare la resistenza ai carichi che è direttamente proporzionale infatti al numero di curve presenti.

La legge che governa tali struttura afferma che la resistenza al carico sarà uguale al numero di curve al quadrato più una ossia:

R=N2+1

dove:

R= resistenza

N=numero di curve

 

quindi:

N=0 => R=1

N=1 => R=2

N=2 => R=5

N=3 => R=10

 

DETTO QUESTO RISULTA EVIDENTE L’IMPORTANZA DEL MANTENIMENTO DELLE NATURALI CURVE FISIOLOGICHE DURANTE L’ESECUZIONE DI TUTTI GLI ESERCIZI AL FINE DI GARANTIRE UNA MASSIMA SOPPORTAZIONE DEL CARICO.

Ora andate e allenatevi al meglio!!

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CHE COSA SIGNIFICA DIMAGRIRE?

Questo scritto nasce con l’intento di porre chiarezza su uno dei temi più scottanti di questo periodo, ovvero il dimagrimento.

Parto da una definizione, non mia, ma del vocabolario, quindi non occorre aver studiato decenni, non servono 13 lauree, un viaggio interstellare e la medaglia d’oro olimpica per averne conoscenza. Basta un vocabolario

La riporto tal quale: “dimagrire v. intr. [der. di magro, con il pref. di-1] (io dimagrisco, tu dimagrisci, ecc.; aus. essere). – Diventare magro o più magro: continuava a d. sempre più; sei molto dimagrito; è forma oggi più com. che dimagrare. ◆ Part. pass. dimagrito, anche come agg.: ti trovo un po’ dimagrito.”

Dizionario Treccani

Quindi dimagrire significa, diventare più magri!! Non significa pesare di meno!!! Un esempio pratico

Soggetto A peso 80 kg e percentuale di grasso del 16%. Inizia un percorso e arriva a pesare 90 kg con una percentuale di grasso del 10%. Secondo voi è dimagrito o no?

Risposta: SI!!!

Certo che è dimagrito, prima aveva 12,8 kg di grasso addosso, ora solo 9!!

Esempio ancora più pratico. Se vado dal macellaio e gli chiedo un pezzo di magro, mi darà un pezzo piccolo di carne o mi darà un pezzo di carne grosso quanto voglio io ma che non abbia un filo di grasso?? Io direi la seconda senza dubbio!! E allora perchè questa fobia del peso della bilancia? Gente che si pesa 6 volte al giorno, tutti i giorni e annota variazioni al milligrammo. Per cosa? Dovete gareggiare? o per mettere il costume nuovo a fiori al mare?

Smettetela di pensare e ossessionarvi con cose inutili, perdete di vista l’importante, ovvero il percorso nel suo complesso. Non vi godete il cambiamento, non capite cosa c’è dietro, rimanete nella vostra ignoranza, sempre.

 

Se vi interessa solo perdere peso sulla bilancia…esisite un modo semplice e per nulla faticoso…pesatevi sulla luna!